mercoledì 5 ottobre 2011

8 bambini che hanno provato a cambiare il mondo

Dove gli adulti falliscono o dimostrano tutti i loro limiti, spesso sono i bambini a rimettere le cose a posto: a questo tema il sito americano TreeHugger ha recentemente dedicato un articolo, proponendo 6 storie di piccoli grandi ambientalisti che, con semplicità e schiettezza, si sono resi protagonisti di azioni importanti a tutela della natura. Noi ci siamo presi la libertà di aggiungere all’elenco due bambini molto speciali, la canadese Severn Suzuki e il tedesco Felix Finkbeiner.
1. Caitlyn Larsen

Caitlyn è un bambina di 10 anni di Orogrande, New Mexico. Un giorno, guardando fuori dalla finestra della sua cameretta, si è accorta che sul fianco di una montagna vicina si stava aprendo uno strano buco. Indagando, Caytlin ha scoperto che si trattava di una nuova cava mineraria. A questo punto, la ragazzina ha preso carta e penna e ha scritto ai giornali, per raccontare come quei lavori di scavo stessero devastando il paesaggio intorno alla sua città. La lettera non è passata inosservata ed è finita sulla scrivania del direttore della New Mexico Mining and Mineral Division, che ha convinto la società a bloccare le perforazioni: la montagna di Caitlyn è salva!
2. Birke Baehr
A soli 11 anni Birke ha le idee molto chiare in tema di alimentazione: è infatti un convinto paladino del biologico ed è diventato protagonista di incontri nelle scuole americane, per raccontare la propria esperienza e sensibilizzare i coetanei, invitandoli a riflettere sul valore nutrizionale di ciò che mangiano, sugli OGM e sull’uso di pesticidi e di altre sostanze nocive nelle coltivazioni.
3. Olivia Bouler
Ricordate il disastro della Deepwater Horizon, che lo scorso anno ha tenuto con il fiato sospeso il mondo intero? Di fronte a tanta devastazione ambientale, l’undicenne Olivia ha deciso di darsi da fare in prima persona, collaborando con la National Audubon Society per vendere i disegni degli esemplari di uccelli più colpiti dalla marea nera. La vendita ha fruttato oltre 200.000 dollari, che sono stati devoluti ad azioni di ripristino degli ecosistemi del Golfo. In occasione del primo anniversario dell’incidente, Olivia ha anche pubblicato un libro, perché quanto accaduto non venga dimenticato ma rappresenti un monito per il futuro.
4. Cole Rasenberger

A 8 anni Cole si è impegnato attivamente per salvare le foreste della sua regione, nel North Carolina, coinvolgendo numerosi coetanei della propria scuola. La sua iniziativa è stata di una semplicità estrema: i bambini hanno inviato delle cartoline firmate alle catene di fast food per chiedere loro di passare a packaging riciclati e sostenibili. La mobilitazione ha centrato un obiettivo importante, ottenendo risposte ed impegni da un colosso del settore, McDonald’s. Successivamente, gli sforzi di Cole si sono concentrati su una seconda catena, la KFC: l’azienda ha ricevuto direttamente dalle mani del bambino ben 6.000 cartoline, grazie al coinvolgimento degli allievi di altre scuole elementari della zona, ma al momento non ha offerto riscontri positivi. L’importante, però, è non mollare!
5. Mason Perez
A 9 anni Mason ha fatto una constatazione di una semplicità disarmante: si è reso conto che il getto d’acqua che scaturiva dai rubinetti del bagno della scuola, del campo di baseball, dei negozi e delle case della sua città era inutilmente forte. Per questo, ha scritto al sindaco chiedendogli di abbassare la pressione dell’acqua nelle tubature, ottenendo un risparmio idrico calcolato tra il 6% e il 25%.
6. Ashton Stark
A 14 anni Ashton ha deciso che era ora di tagliare le emissioni di CO2 della propria famiglia: con questo obiettivo, ha preso la vecchia auto dei nonni, parcheggiata in garage a prendere polvere, e l’ha dotata di nove batterie da golf cart. Ora la vecchia auto può viaggiare ad una velocità massima di poco più di 70 km/h – non molto, ma sufficiente per spostarsi in città – senza emettere anidride carbonica.
7. Severn Suzuki
Nel 1992, a soli 12 anni, Severn promosse una raccolta fondi con la Environmental Children's Organization (ECO), un gruppo di bambini ecologisti da lei fondato 3 anni prima, per poter prendere parte al Vertice della Terra delle Nazioni Unite, a Rio de Janeiro. Qui, in soli sei minuti e con parole semplici, schiette ed efficaci, Severn espresse il punto di vista di una bambina sui maggiori problemi ecologici, zittendo (momentaneamente…) i potenti del mondo. Oggi, a 30 anni, Severn continua nel suo impegno a favore della tutela dell’ambiente, collaborando con The Skyfish Project.
8. Felix Finkbeiner
A 9 anni, dopo una lezione della sua maestra sulla fotosintesi clorofilliana, Felix decise di piantare un piccolo albero sul davanzale della finestra della sua classe, per poi esclamare, con quell’entusiasmo genuino tipico dei più piccoli, “Pianterò un milione di alberi in Germania”. Oggi Felix ha 13 anni e, al motto Stop talking! Start planting!, ha superato il suo obiettivo: ha infatti piantato il milionesimo albero il 4 maggio 2011. Alla cerimonia erano presenti rappresentanti politici e Ministri dell'Ambiente di ben 45 nazioni.

Piccoli grandi uomini da cui i "veri" grandi dovrebbero prendere esempio.

di Lisa Vagnozzi





giovedì 15 settembre 2011

Living Infrastructure

Growing your own house may seem like a new idea, but what about growing pieces of functional infrastructure? That’s exactly what the locals of Nongriat in Meghalaya, India have been doing for the past 500 years. In that time, they’ve grown bridges over one hundred feet in length and strong enough to support the weight of more than 50 people. There are even “double decker” bridges! More after the jump!

Photo: Daily Mail
The fifteen meters of annual rainfall of the Cherrapunji region–a figure aggrandized by frequent flash floods–accelerate the flow of its rivers and streams, the fierceness and destructive power of which few wooden or steel bridges could withstand. Transport across the region’s numerous water channels is necessary, whether to return to one’s dwelling after fishing or clothes washing or to escape the dangers of one place to move to another. But how?
The locals’ answer lie in the sloping hills hugging the contour of the water channels, where a species of rubber tree flourishes. From the upper trunk of the ficus elastica, secondary roots grow outwards with great profuseness. The tribes people realized half a millenia ago that they could use these roots to forge a pass across the water below, using hollowed out betel nut trunks to guide the direction of the roots’ growth.
Once the roots make their way across the water to the opposite bank, they take hold. Here, they continue to grow and strengthen, not only stabilizing the bridge platform, but also reinforcing the bank walls. The full cycle of bridge-growing may take ten to fifteen years to complete, necessitating the locals’ aboricultural knowledge to be passed on from older to younger generations, who will, perhaps, personally continue the former’s work.
Fonte : http://www.architizer.com/en_us/blog/dyn/29362/living-infrastructure/

Forest Pavilion

nARCHITECTS’ Forest Pavilion - completed in May 2011 - serves as a shaded meeting and performance space for visitors to the Da Nong Da Fu Forest and Eco-park in Hualien province, Taiwan. The project was conceived within the context of an art festival organized by Taiwan’s\ Forestry Bureau to raise public awareness of a new growth forest that is being threatened by development. The pavilion is comprised of eleven vaults built with freshly cut green bamboo, a material first used by nARCHITECTS in the internationally acclaimed 2004 Canopy for MoMA P.S.1. As an extension of techniques developed in 2004’s Canopy for MoMA/P.S.1, the 60’ diameter and 22’ tall pavilion is built with green bamboo. Forest Pavilion was chosen to host the opening and closing ceremonies of the art festival, becoming a focal point for the park.
This new circular gathering space emerges from the ground in a series of eleven green bamboo shading vaults, organized in two rings around a void. The plan is inspired by the rings of a tree, and the different form of the vaults by growth patterns in nature. In the same way that the infinite variety of shapes in a tree emerge from very simple branching rules, the configuration of vault shapes uses a single geometry, the parabolic arch, in a way that could in theory generate endless configurations.
The pavilion is also designed to be used as a small outdoor theater. The circular ring of decking serves as either seating for spectators watching a performance in the central void space, or as a circular stage. nARCHITECTS’ mission was to design a landmark installation suited for the vast scale of its scenic site, while providing a sense of enclosure, shade, and seating for park visitors and various scheduled events. Forest Pavilion’s relationship to the existing site is diaphanous and light – the pavilion sits lightly in its environment with minimal disruption, yet with lighting becomes a beacon at night, underscoring the relative emptiness of the valley.
Hualien County is the traditional territory of the aboriginal Taiwanese Amis tribe. Used for sugarcane cultivation under Japanese rule and eventually passing into the Taiwanese government’s hands, the Forestry Bureau faced criticism for not involving local inhabitants in the planning and development of the Eco Park. While there is broad support for preserving the forest, there are also plans for development by the provincial government, including the construction of a casino. In recognition of the cultural diversity of the region, the pavilion’s vaults, each one presenting a unique ‘gateway’ into the meeting space, sought to formalize this diversity and suggest an opportunity for unity in support of a greater environmental benefit.

martedì 2 agosto 2011

La casa ibrida: low cost ed ecologica

Questo progetto di Joseph Sandy è stato recentemente premiato alla $300 House Competition
Edilgreen - 29 luglio 2011
Ideare un progetto abitativo realizzabile con al massimo 300 dollari. Questa la sfida lanciata dal concorso indetto dal blog Harvard Business Review e dal centro per l’efficienza energetica e la sostenibilità Ingersoll Rand.
Ed ecco come ha risposto uno dei vincitori, l’architetto e designer Joseph Sandy che ha progettato Hybrid House: un concept innovativo che integra materiali riciclati e a basso costo dando vita a una casa semplice ma molto efficiente.

Utilizzando materiali di scarto - come tavole di legno compensato, terra e lamiera ondulata - la casa ibrida è formata da blocchi di terra compressa e da una struttura leggera in legno. Completa di persiane in legno l’abitazione è in grado di sfruttare al meglio la brezza dei venti, riducendo al minimo la necessità di aria condizionata.
Con il suo progetto, Sandy ha voluto dimostrare come i materiali di scarto possono essere riciclati e utilizzati ridefinendo il loro scopo. Secondo il designer, il costo di realizzazione della Hybrid House è al di sotto dei 100 dollari. Ma l’inventiva di Joseph Sandy non si ferma alla singola abitazione, ipotizzando una comunità più grande formata da singole case che potrebbero essere raggruppate intorno a corti centrali con servizi comuni tutti all’insegna della sostenibilità: dai moduli fotovoltaici fino alla cucina e al depuratore d’acqua, tutti rigorosamente a energia solare.



lunedì 1 agosto 2011

Park Güell

ParK Güell è l'opera alla cui realizzazione Gaudì si dedicò dal 1900 al 1914, ispirandosi alla seconda grande opera letteraria di Verdaguer "Canigò", in cui si celebra la grandezza della montagne catalane.
Gli abitanti di Barcellona non accolsero purtroppo con molto entusiasmo l’idea di Güell tanto che solo 2 dei 60 lotti realizzati furono acquistati e il progetto venne abbandonato nel 1914. In una delle due case già costruite si trasferì quindi Gaudì con il padre e la figlia della sorella e ci rimase finchè non si trasferì definitivamente nel cantiere della Sagrada Familia.
Nel 1922 il comune di Barcellona comprò la proprietà decidendo di cambiarne il progetto, e di affidarne a Gaudì stesso la trasformazione della città-giardino in parco pubblico. Nell'area destinata alle case non fu costruito nulla e questa rimase allo stato naturale e selvaggio; si costruì solo nella parte destinata al tempo libero, che, una volta ultimata divenne un capolavoro e riscosse un grande successo.
Gaudì realizzò quest'opera dando libero sfogo alla propria fantasia e ricalcando la struttura di un paesaggio naturale: vi si trovano, infatti, fontane, grotte, colonne-albero e arcate artificiali di roccia.
Per questa struttura, Gaudì acquistò la Muntanya Pelada, situata a nord ovest di Barcellona, una zona caratterizzata da pendii accentuati, assenza di fonti d’acqua e da un terreno sassoso e arido, superficie inutilizzabile per la realizzazione di un centro cittadino e di zone verdi: aspetti critici che Gaudì utilizzò trasformandoli creativamente a suo favore.
Le mura di cinta furono costruite seguendo il profilo sinuoso dei molteplici cambi di pendenza della montagna sulla quale è costruito il parco, creando così un profilo ondulato della struttura. Le stesse, furono inoltre ricoperte da frammenti di ceramica rossi e bianchi che svolsero al contempo la funzione di decorazione e d'impermeabilizzazione (il muro fu costruito con un materiale alquanto scadente) e protezione del muro nei confronti di eventuali intrusioni.
L'entrata è situata tra due padiglioni. Subito dopo si trova una scalinata adorna di fontane ed elementi decorativi, che porta al grande tempio in stile dorico-floreale, la cui parte superiore è ornata da un motivo rosso che diventa una lunga serie di sedili decorati da ceramiche policrome.
La sala ipostila è costituita da 86 enormi colonne doriche che sorreggono un soffitto ondulato ricoperto ancora una volta da molteplici frammenti di ceramica policromi.
A guardia dell’entrata della sala due draghi, simboli di Barcellona, in realtà, nascondono due enormi cisterne per la raccolta dell’acqua piovana con la quale viene mantenuta la verdeggiante vegetazione del Parco.
Come per il muro di cinta, gli elementi decorativi del parco svolgono una doppia funzione. Infatti, le colonne, oltre a dare completezza alla struttura, supportano il tetto che non è solo un tetto. La terrazza soprastante orlata da un sinuoso e interminabile sedile, infatti è punto centrale del parco e funge da "piazza mercato", concepita come luogo d’incontro per tutti gli abitanti del borgo giardino nonché come luogo di rappresentazioni teatrali e manifestazioni culturali.
Il resto del parco è un intreccio infinito di viadotti e viottoli che serpeggiano attraverso la folta vegetazione della montagna.
Tutto è perfettamente integrato nel paesaggio.
La torretta (molto simile a quella di villa El Capricho) che si erge con la sua bicromia blu e bianca e che apparentemente sembra completamente isolata dal resto, svolge anch'essa una sua precisa funzione.
Se la si osserva da fuori l’entrata del Parco, gli insoliti colori assumono un significato: il colore azzurro del cielo e il bianco della nuvole in movimento.
Come ogni opera di Gaudì, ParK Güell contiene anticipazioni ed esplorazioni dei nuovi stili e correnti artistiche dell’Europa.
Se si considerano le decorazioni di "ceramica frammentata" soprattutto nell’ornamento del sedile, si noterà la loro analogia con i collages dei futuri Dadaisti.
L' uso di materiali poveri, fece anticipare a Gaudì intuizioni e idee dei futuri cubisti, Picasso e Mirò.
Gaudì inserì poi numerosi elementi architettonici che si confondono con il verde del paesaggio, con lo scopo di unire l'opera umana a quella della natura (creata da Dio). Questo è un tema ricorrente nell'arte di Gaudì, devoto e fedele della religione cattolica.
Il rivestimento delle mura di cinta con frammenti di ceramica rossi e bianchi, svolsero al contempo la funzione di decorazione e di impermeabilizzazione (il muro fu costruito con un materiale alquanto scadente) e protezione del parco nei confronti di eventuali intrusioni.
L'esterno del muro completamente liscio e scivoloso, e per di più arrotondato, risulta molto difficile da scalare a mani nude, non offrendo alcun appiglio per le dita.
La pietra ricavata dallo scavo per i sentieri e i viottoli era talmente poco resistente all’erosione dell’acqua che Gaudì dovette ricorrere ad accorgimenti come il rivestimento delle strutture con Trencadicas, la sovrapposizione di più strati di materiale.
Il risultato fu ottimo, tanto che fino ad oggi si sono rese necessarie limitate opere di ristrutturazione. Questa fu inoltre la prima struttura in cui Gaudì, insieme a mattoni e barrette di acciaio, utilizzò il calcestruzzo per la costruzione della torretta all’entrata.